Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi
traggo el cervello di muffa…
La considerazione di sé dipende da molti fattori, forse troppi. Per semplificare un po’ la si chiama autostima e così facendo si crede di farla franca. Autostima è tra l’altro come il marchio di un dentifricio, o di un’auto: scrivi autostima e il gioco è fatto, il prodotto si vende, il fatturato s’incrementa, il bonus s’incassa, l’auto la cambi e via così finché dura. E dura... Tanto poi a chi importa veramente di cosa sia la stima che ognuno ha di sé?
Ma al solito semplifico troppo: non è il vendere un gesto che stabilisce con forza l’accadere di qualcosa di concreto? Qualcosa di complesso e comunicante, un gesto che incrocia due destini: l’allevatore di cavalli e il fantino, il produttore di gelati e il bambino: una transazione da desiderante a desiderante di un pezzo dell’enorme desiderio che prende, agita e muove tutti noi che ne riempiamo giorni e notti e ancora dentro i giorni e dentro le notti, ne mettiamo nelle pieghe delle coperte, nelle tasche dei vestiti, nei colori delle gonne, nelle rughe degli sguardi fraintesi e nelle pause tra i rari silenzi.
Guardare dentro di sé e misurarsi con il metro dei nostri giudizi è come se un mercante di frutta lasciasse pesare la propria merce al primo cliente che passa per la via: può andare bene, certo, ma può anche mettersi male per quel fruttivendolo. Solo che se va male e quel cliente ti frega sul peso, in realtà sei tu che ti sei fregato da solo, credendo anche di guadagnarci, e poi una volta che hai preso misure sbagliate, come ci si può accorgere?
Un punto di riferimento con data, ora e firma sotto il contratto, che sia l’atto di nascita del proprio futuro. Una transazione commerciale tra sé e il proprio giudizio di sé, come se ci si scambiasse un oggetto di valore, con passaggio di denaro contato e contante e sudato e trasudante. Qualsiasi cosa, basta che ci sia un riferimento, un’ora in basso in fondo allo scontrino, una cifra, una valuta: una certificazione del comune interesse occorso tra le parti, che le metta anche solo per un attimo d’accordo come fossero un cliente e un commerciante.
Nel cercare significato ci si ritrova in una trappola: scorgere un significato di sé solo a patto di sospendere il proprio giudizio di sé. Il proprio metro è impreciso, inadatto, la lente se usata al contrario distorce la percezione, i luoghi già visitati mille volte e sempre uguali non predispongono certo alla concentrazione. Troppi appunti scritti e mai più riletti, impressioni fatue che però la memoria non dimentica come dovrebbe, gesti fatti e visti ma mai capiti fino in fondo.
La musica portoghese è così malinconica e dolce perché dal Portogallo -per come è messo, lì verso Ovest e d’affaccio sul mare- si sono visti e si vedono i tramonti di tutti i giorni, dall’inizio dei giorni. E ogni sera, da che son bambini, i musicisti portoghesi guardano verso il mare, sospirano, e pensano: “… e un’altra volta si fa sera…”.